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mercoledì, 29 giugno 2005
"Occidente"

Ha perso l'Occidente, non solo Bush

Più opportunista che moderato, Akbar Hashemi Rafsanjani non è riuscito a trasferire in Iran il «fattore Le Pen» che conservò a Chirac la poltrona dell’Eliseo: nessuna coalizione di elettori riformisti si è stavolta tappata il naso per sbarrare la strada all’ultraconservatore Mahmud Ahmadinejad, nessuna spinta alla democrazia è risultata più forte dell’alleanza tra religiosi e classi sociali meno abbienti sulla quale contava l’ex sindaco di Teheran.

Così a guidare l’Iran sarà d’ora in poi un nostalgico dichiarato di Khomeini e del khomeinismo, un esponente di punta dei Pasdaran, un laico duro e puro che vuole «una società islamica esemplare, sviluppata e potente». Non occorre altro per capire che lo sconfitto Rafsanjani è in folta e qualificata compagnia. Dalle elezioni presidenziali iraniane esce battuto l’intero Occidente che sperava in una affermazione della spinta modernizzatrice, puntava sulla secolarizzazione progressiva della società e della politica, inseguiva una liberalizzazione dell’economia iraniana (il nuovo Presidente, invece, promette di favorire le società petrolifere nazionali) e auspicava di pari passo un pieno reinserimento di Teheran nella comunità internazionale. Ma se il colpo è duro per tutti, qualcuno lo sente più di altri. Pensiamo all’America di George Bush, meritoriamente impegnata a diffondere la democrazia nel mondo come strumento privilegiato della lotta contro il terrorismo.

Alla bruciante battuta d’arresto iraniana Washington contrappone fondate accuse di irregolarità, ma non esistevano forse irregolarità nelle elezioni irachena e afghana che pure furono esaltate senza troppi distinguo? Il rischio era sin dall’inizio di pregiudicare i valori mettendoli al servizio della politica, e ora appare difficile distinguere tra elezioni buone e elezioni cattive. E poi c’è l’Iraq. A un anno dal «passaggio di sovranità» la situazione sul terreno è peggiorata, e il tentativo di costruire una democrazia irachena attraversa una fase di estrema delicatezza: gli sciiti e i curdi tentano di coinvolgere i sunniti nella elaborazione della nuova Costituzione, ma ognuno dei tre gruppi appare diviso all’interno da accese rivalità.

Contemporaneamente l’opinione pubblica americana mostra segni di stanchezza e si allunga l’elenco dei Paesi che fanno rientrare le loro forze. Ebbene, quale ruolo vorrà svolgere il falco Ahmadinejad presso la maggioranza sciita irachena sinora vincolata alla ragionevolezza dall’ayatollah al Sistani? Non gli mancherebbero, se volesse, le influenze necessarie per dare ulteriormente fuoco alle polveri. Soprattutto se la sua visione iper-nazionalistica lo portasse a prediligere uno smembramento territoriale dell’Iraq previa guerra civile.

La palla, allora, tornerebbe drammaticamente nel campo di Bush. Sconfitta è anche la malconcia Unione Europea. L’iniziativa anglo-franco-tedesca (combinazione interessante, di questi tempi) per far desistere Teheran dal suo programma di arricchimento dell’uranio non aveva portato a risultati definitivi prima delle elezioni. Tanto meno pare verosimile che ciò accada dopo l’ascesa al potere di Ahmadinejad, senza contare che la difesa del programma nucleare (dichiarato civile) unisce in Iran tutti gli schieramenti. La Russia si è già offerta di continuare a collaborare con Teheran, dalle capitali europee sono giunte immediate esortazioni alla conclusione del negoziato atomico, ma gli Usa, che non hanno mai davvero creduto nelle possibilità di successo europee, avranno ora nuovi motivi per passare a un regime di sanzioni deciso dall’Onu. E se le sanzioni non dovessero bastare, se Ahmadinejad si confermasse un intransigente quale è sempre stato, se prendesse consistenza lo spauracchio di un terrorismo islamico con accesso al nucleare? Tornerebbe fatalmente d’attualità, ammesso che abbia mai smesso di esserlo, l’opzione militare. Con le sue mille incognite operative, e con il rischio di infiammare l’intero scacchiere del Golfo se non l’intero scacchiere mediorientale. Diritti umani sul piano interno, Iraq e nucleare su quello internazionale: sono queste le grandi verifiche che attendono il nuovo presidente iraniano e che certamente peseranno sui lavori del G8 in programma tra dieci giorni in Scozia. Sarà troppo presto per capire. Ma il nervosismo e il timore del peggio, quelli, in Occidente esistono già.

Franco Venturini

26 giugno 2005

Virgolettature

A parte la scelta dell'aggettivo "meritorio" per descrivere l'impegno degli Stati Uniti a "diffondere la democrazia nel mondo come strumento privilegiato della lotta contro il terrorismo" - di buone intenzioni, sono lastricate le vie che portano all'inferno - l'articolo di Venturini sull'esito delle elezioni iraniane mi ha fatto molto riflettere. Esso descrive sinteticamente lo scenario interno all'Iran e quello internazionale: in particolare, sul piano interno, progressisti moderati e istituzionali hanno perso a vantaggio di religiosi, classi meno abbienti e laici conservatori. Si noti che l'alleanza tra fondamentalismo religioso e classi meno abbienti in chiave anti-istituzionale è una delle caratteristiche salienti del neofondamentalismo islamico. Non si tratta dunque di una novità, ma di una dinamica già nota che in Iran non si è riusciti a evitare che si imponesse: "Rafsanjani - scrive Venturini - non è riuscito a trasferire in Iran il «fattore Le Pen» che conservò a Chirac la poltrona dell’Eliseo [non c'è che dire, mi verrebbe da aggiungere: davvero una sfida di cui andare orgogliosi]: nessuna coalizione di elettori riformisti si è stavolta tappata il naso [salvo poi sputare fuori tutto il mocco qualche anno dopo addosso alla Costituzione europea, con la stessa linearità di comportamento politico già esibita qualche anno prima] per sbarrare la strada all’ultraconservatore Mahmud Ahmadinejad, nessuna spinta alla democrazia è risultata più forte dell’alleanza tra religiosi e classi sociali meno abbienti sulla quale contava l’ex sindaco di Teheran". Leggere in tal modo questo risultato, solo alla luce delle dinamiche politiche interne, mi sembra però miope: le crociate militari di messianismo liberal-democratico del governo statunitense, e l'aggravamento della situazione - mi piace chiamarla - "dell'ordine pubblico in Irak", così appare forse più chiaro la distanza drammatica tra la realtà e la propaganda sui vari passaggi di poteri, costituzioni, libere elezioni - hanno avuto una parte nella sconfitta di moderati e progressisti vari in Iran.

Quale sarebbe, del resto, l'Occidente che costoro, di certo meglio disposti di Bush, Blair, Chirac, Putin, Ahmadinejad ecc., possono additare ai loro elettori come punto di riferimento o come modello da avvicinare?

Leggo sempre da Venturini che avrebbe perso l'Occidente, non solo Bush, un modo di esprimersi che giudico maleodorante:  poco sotto, leggo infatti che ad aver accusato la sconfitta più di altri, sarebbe stato sempre Bush. O si tratta del fratello, ma non credo, o ci dobbiamo mettere d'accordo: "non solo" o "più di altri"? L´impressione è che non si possa nascondere che gli Stati Uniti hanno voluto questa guerra contro una "parte del mondo" cui dichiarano di "appartenere", ma che questa parte del mondo continua ad avere ancora bisogno degli Stati Uniti: di qui, queste comiche formule auto-contraddittorie che chiedono in fondo di non lasciare gli Stati Uniti da soli coi propri errori, perchè quegli errori, così si teme, si ripercueterebbero anche su di noi, e in quel caso meglio un nemico e un "amico" che due nemici (o peggio un nemico dichiarato e un amico di cui non potersi più fidare al cento per cento). Come la vogliamo chiamare: la paura dei "due fronti"?

Se almeno certi errori si riconoscessero, si potrebbe ragionare pubblicamente della realtà e non dei suoi veli.In tutta questa faccenda, il presidente degli Stati Uniti ha dimostrato la stessa indiscutibile pericolosità del suo famulo italico: come quest`ultimo voleva che i propri destini personali coincidessero con quelli di una intera nazione, così quell´altro pretende che siano occidentali solo quelli che la pensano come lui, ovvero che l´Occidente coincida con lui. Questo gioco funziona con parole come "Dio", "Occidente", "nazione"...

Non trovo dichiarato esplicitamente in questo articolo che le elezioni in Irak sono una sconfessione palese e drammatica di una delle "promesse" e "previsioni" degli Stati Uniti d'America riguardo agli effetti della guerra in Irak. Esse sono una negazione gravissima di una delle disgraziate favole di questa guerra "infinita" (possiamo chiamarla anche "duratura", così almeno l'aggettivo può tornare a servire la realtà invece dei proclami?).

Ovvero, quel presunto effetto a catena che doveva scatenare la caduta di Saddam Hussein, portando una marea di democrazie in Medioriente. Come lo chiamarono anche: "l'effetto domino"? Di gioco in gioco, si parlerà - lo si fa già invero - altrettanto impunemente di un "effetto Risiko", anche se la prospettiva da cui comprendere questa vicenda non dovrebbe essere, a mio parere, quella che fa riferimento ai dottor Stranamore.

Non sono tanti i paesi al mondo che, avendo alle porte un paese in fuoco e fiamme, per giunta con una minacciosa ultrapotenza militare ed economica che ci ha ficcato naso e piedi (sorvolo per pietà sulle mani) senza più sapere come uscirne, preferiscono le spinte modernizzatrici, la liberalizzazione dei pilastri dell'economia interna, cioè delle industrie petrolifere, l'abbandono di progetti di deterrenti nucleari e magari, anche, che so, le rivoluzioni antropologiche non violente tramite Internet. Nel caso, poi, dell'atomica, abbiamo l'esempio in zona, e cioè lo Stato di Israele, anche se nel suo caso, la situazione ai " confini ", altra parola singolare nel contesto, era tutto sommato meno drammatica di quella irachena, tanto che per giustificare la cosa, si dovette strumentalizzare l'incubo dell'Olocausto.

Ragionando a vista corta, del resto, Corea docet: se si vuole continuare a esistere lungo l'asse del Male, nella giungla degli Stati canaglia, le armi di distruzione di massa bisogna sbrigarsi a farsele, non come Saddam, che, appunto, non ce le aveva, come oramai sanno anche gli elettori inglesi, i quali disgraziatamente preferiscono continuare a votare sulla base di altre considerazioni, inquesto magari più simili a quelli iraniani di quanto riescano a immaginare.

Mamario CosaOsta

Postato da: Kohlhaas a 08:35 | link | commenti (3)
mamario cosaosta

venerdì, 27 maggio 2005
Segnalazione

In questo periodo non ho molto tempo per scrivere. Segnalo questo articolo del Corriere.

 

Postato da: Kohlhaas a 10:18 | link | commenti
bacheca

lunedì, 16 maggio 2005
Democrazia uzbeka

Fa impressione vedere il Segretario di Stato Rice con elmetto e giubbotto antiproiettile a spasso per Baghdad. L’ex professoressa di scienze politiche aveva letto sui libri  che si poteva conciliare la guerra al terrorismo con i profitti delle lobby del petrolio e delle armi, decidendo di lasciar perdere lo sperduto Afghanistan per approdare sulle fertili rive dell’Eufrate. Non aveva letto sui libri della guerriglia, dell’instabilità, dell’insufficienza della armi nel mettere in piedi instant-democracies e nel risolvere il problema del terrorismo di matrice islamista.

Dall’Africa del Nord al Pakistan, alle periferie delle metropoli europee, il fondamentalismo islamico continua ad rifornire incessantemente le fila dei kamikaze per la guerra irachena. E la Rice continua ad affrontare le conseguenze del problema senza guardare alle cause, come da manuale neocon.

La dottrina Rice rinuncia a ogni azione politica preventiva (che vada oltre le dichiarazioni verbali) che impedisca la nascita di focolai estremisti nel paesi di religione islamica instabili politicamente e in perenne crisi economica. Una questione che molti si sono posti: se si appoggiano governi autoritari, spacciati per democrazie quando c’è da fare affari, in paesi di religione musulmana, l’estremismo religioso avrà buon gioco nel colmare il vuoto politico di un’opposizione assente.

E’ quello che sta succedendo in Uzbekistan, dove ci sono due basi aeree americane tra l’altro, dove USA, Europa e Russia appoggiano un dittatore ex segretario del PCUS, salvo poi esprimere “preoccupazione per il diffondersi del fondamentalismo nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale”. La situazione uzbeka è identica a quella del Tagikistan, del Kazakistan di Nazarbayev… ma anche del Qatar, dello Yemen…

Forse è tempo di bilanci per gli esportatori della democrazia: si potrebbero spendere meglio i 400 miliardi di dollari bruciati in Iraq. Si è voluto invece esportare democrazia e importare profitti, ma questa democrazia all’uzbeka non piace più. Come non piacque Chalabi a Baghdad due anni fa...

Postato da: Kohlhaas a 09:29 | link | commenti (2)
imperi

venerdì, 13 maggio 2005
Mai stato berlusconiano

“Mai stato berlusconiano”, sono le parole di Francesco Giorgino ex conduttore del Tg1, che si è rso conto di essere troppo giovane per finire la sua carriera a fare fotocopie di agenzie estere dal Senegal o dalla Nuova Zelanda.

Molto divertente l’articolo di oggi sul Corriere che parla di 8 settembre del centrodestra in Rai. Una pletora di personaggi televisivi, giornalisti e non, riscoprono la coscienza democristiana rimossa nel 2001.

Noi qui rivendichiamo la paternità dello slogan “dopo il panino la frittella”, di cui parlammo qualche settimana fa, che viene ripreso nell’articolo. Il riferimento era questo: pochi giorni dopo la sconfitta alle regionali, Mimun reinserì il giornalista prodiano Marco Frittella nella cronaca politica. Pare inoltre, secondo l’articolo, che Pionati abbia chiamato qualche segretario di Prodi per dire che lui leggeva solo le veline che gli passavano dall’ufficio di Letta.

Quando le parole di Giorgino usciranno anche dalla bocca di Cesara Buonamici (e dalle altre Tg5 girls) allora saremo sicuri del risultato delle elezioni 2006.

Ma come si fa ad inserire la mail con l'editor di Splinder? Comunque è: sferapubblica@virgilio.it.

Postato da: Kohlhaas a 19:05 | link | commenti (2)
reality politik

martedì, 10 maggio 2005
Miscommunication

Qui trovate un’interessante antologia della diplomazia delle barzellette e dei sorrisi, che avrebbe dato, nelle intenzioni della destra post-missina, una nuova posizione di prestigio sulla scena internazionale per l’Italia. Mentre Gianfranco se va impettito in carrozza a Windsor con la sua dolce consorte razzista e tabagista, Silvio snocciola il suo repertorio da seconda serata Mediaset agli appuntamenti con presidenti e cancellieri.

Mi riprometto sempre di non fare post così, chè sennò i riformisti mi bacchettano, ma non riesco a trattenermi. L’articolo del Corriere ricorda che Berlusconi, che sulla comunicazione ha costruito la sua fortuna economica e politica, nel 2003 vinse il premio Miscommunicator of the Year della Foreign Press. Paradossale, ma vero.

Postato da: Kohlhaas a 13:57 | link | commenti (3)
reality politik

giovedì, 05 maggio 2005
Money for nothing

Torniamo su Blair leggendo l’intervista su Repubblica al politologo Dahrendorf. Dahrendorf sottolinea il debito di Blair nei confronti di Gordon Brown, il ministro dell’economia che ha saputo garantire 8 anni di florido sviluppo all’Inghilterra, mentre lui combinava guai in in giro per il mondo (Iraq, Afghanistan…). La  scomparsa della disoccupazione in particolare è il fattore chiave per la rielezione del non più amato premier Blair.

Interessanti le osservazioni di Dahrendorf sulla politica laburista. L’approccio liberista con tagli alla spesa sanitaria e privatizzazione dei servizi pubblici sembrano aver messo in crisi la possibilità di marcare una differenza netta tra destra e sinistra. La sinistra in UK ha assimilato nella sua prospettiva l’economia di mercato dice Dahrendorf, mentre la destra è rimasta indietro perché fatica ad inglobare l’impegno sociale nelle sue scelte.

Pare quindi che destra e sinistra stiano marciando a tappe forzate verso il centro, con differenze meno marcate nelle politiche sociali ed economiche.

Tuttavia, dice Dahrendorf, molti in USA pensavano che dopo Bill Clinton la distinzione tra destra e sinistra non avrebbe avuto più senso, poi è arrivato G.W. Bush a rinfrescare le idee su cosa è la destra…

Ancora una volta gli USA sembrano essere un passo avanti. Clinton raggiunse il pareggio di bilancio, mantenendo il livello delle tasse e tagliando quel che restava della spesa sanitaria dopo Reagan, e affidò all’economia di mercato il compito di garantire il benessere per tutti (aiutato in questo dalla globalizzazione e dalle conquista del mondo da parte delle multinazionali a stelle e strisce). Bush ha riaperto una voragine nel bilancio per finanziare industrie nazionali (armi e hi-tech), spesa sanitaria per gli anziani elettori repubblicani (Medicaid) e tagli alle tasse (progressivi come il reddito).

Stiamo tornando all’800 inglese e alla lotta tra whigs e tory? Tra ceti liberali, rinforzati dalle fila dei nuovi immigrati, con voglia di mobilità sociale, di libertà economica, di investimenti, carriera e di soldi da un lato; e ceti proprietari arroccati su rendite di posizione (finanziarie e non) già acquisite e da tutelare contro i nuovi arrivati. Pensate a Bush e alla politica di difesa della owners society, la società dei proprietari fedeli alla nuova trinità: terra, BOT e azioni…

Postato da: Kohlhaas a 10:01 | link | commenti (9)
reality politik

mercoledì, 04 maggio 2005
Tonyland

Nel tradizionale endorsement pre-elettorale, l’Economist sceglie Tony Blair per un terzo mandato, “il miglior politico di centrodestra” dice Bill Emmott, il direttore della rivista liberal-conservatrice più autorevole del globo. “Con tutti i suoi difetti, Blair rimane la migliore opzione di centro-destra, che è la nostra politica prediletta” (intervista di Emmott a Repubblica del 29 aprile).

Tony è il sogno dei riformisti più radical chic, un conservatore liberista con la coscienza sociale pulita, perché vestito da labour man. Una macchina da voti che piace a destra ed è sostenuto dalle masse pop della working class inglese. Non ci sono alternative a Tony e il suo declino sarà glorioso e circondato di consenso almeno apparente (chissà che invidia Silvio in Italia…).

In difficoltà i conservatori inglesi che non sanno dove ricollocarsi su questioni come l’immigrazione o la riforma dei servizi pubblici dove il terreno di centro-destra è stato occupato dal labour. Resta la riduzione delle tasse come unico tema con cui rilanciare la politica del partito.

In Italia Silvio lancia il partito unico di centrodestra. Ironia di alcuni: unico perchè ci sarà un solo iscritto, un solo elettore, un solo presidente del consiglio… Altri invece dicono che Silvio ha lanciato il tema per parlare di politichese e non di politica vera (stagnazione economica, precariato, crisi industriale…), un datato trucchetto andreottiano aggiornato all'età dei media insomma.

A proposito di ricollocamenti politici, i riformisti del Riformista, dopo anni di “terzismoabbestia” piuttosto destrorso, “tornano a sinistra” chiedendo il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq. Gli iracheni hanno ancora bisogno della coalizione, ma devono imparare a fare da soli…. I rapporti con gli alleati sono mutati, bla bla bla… Ci voleva un appiglio, e il caso Calipari è quello giusto.

Polito si è messo paura: non vuole restare fuori dalla parte vincente (e dai finanziamenti alla stampa). Il giornalismo italiano fa pietà. Ma c'è di peggio in questo Paese: quando c'è un attentato i colpevoli sono quelli che muoiono. Il paradiso dei Zarqawi e dei Bin Laden insomma.

Postato da: Kohlhaas a 11:02 | link | commenti (2)
reality politik

giovedì, 28 aprile 2005
Medioluxemburg

La proposta balneare di Tremonti ha fatto discutere ed è il segno di un intero modo in intendere lo sviluppo e l’economia. Restando sulla cultura commercialistica tremontiana, segnalo ieri un interessante trafiletto di Repubblica. Riportava una dichiarazione di Pier-Ennio Doris, socio di Silvio in Mediolanum. Doris si augura che la Banca Antonveneta resti in mani italiane e non vada all’olandese ABN Amro (che ha fatto una libera offerta in un libero mercato).

Nelle stesse ore Doris perfezionava la vendita di una parte della sua quota di azioni in Mediolanum ad una finanziaria lussemburghese sempre di sua proprietà. Doris ha agito alla luce del sole, ma chissà chi sono i soci stranieri ai quali Silvio ha venduto le sue quote in Mediaset, trasformandola in una public company “di proprietà degli azionisti”...

Il comportamento di Doris riproduce quello degli imprenditori italiani grandi e piccoli: niente re-investimento, gli utili vanno trasformati da capitale in rendita da realizzare su mercati liberi dalle tasse italiane. Il problema non è solo abbassare l’IRAP dunque, presidente Montezemolo.

 

 

Postato da: Kohlhaas a 13:40 | link | commenti (6)
imperi

martedì, 26 aprile 2005
Tremonti ter

Che tipo da spiaggia Tremonti.

Postato da: Kohlhaas a 20:59 | link | commenti (8)
reality politik

lunedì, 25 aprile 2005
Tremonti bis

 

Per non far rizzare i capelli a leghisti e ciellini lumbard, unici elettori davvero fedeli, Silvio manda in tv a parlare di rilancio del Sud non il neoministro del Mezzogiorno Micciché, bensì Giulio Tremonti.

Tremonti dice la sua in un breve e pudico intervento di un minutino alle 8 e venti. Dopo il papa, l’indagine Calipari, il bimbo rumeno sparito e prima di Schumacher. Un intervento sobrio nei modi, niente promesse (che non funzionano più), osservazioni e un po’ di veleno sull’opposizione.

Le idee: rifare la Cassa del Mezzogiorno, vendere le spiagge per finanziare infrastrutture (niente Ponte sullo Stretto, ma aeroporti a 4 piste).

I nemici del Sud: D’Alema, Prodi e Fassino: quelli che hanno voluto l’allargamento dell’UE (che toglierà al Sud quei fondi strutturali europei, che i governi di centrodestra di Puglia e Sicilia in particolare non sono riusciti a spendere, non potendo non regalarli ai santi patroni locali), la Cina (sic!). Sancisce Tremonti: la Trimurti della sinistra non è la cura per il meridione, è la malattia.

A questo punto, mi sembra opportuno riproporre un post del 16 dicembre 2004. Se allora Giuliano si infuriò, immagino cosa dirà adesso.

< L’ira di Giuliano si è abbattuta su Tremonti, reo di aver cercato di sdoganarsi come politico "nazionale" poche settimane dopo l'assunzione a Delfino di Silvio, erede designato al trono di Arcore.

Il buon Giulio era sceso in settimana a Roma con le migliori intenzioni armato della proposta di istituire una Banca del Sud, un paio di milioni di euro per offrire almeno un caffè ai nuovi amici. Invece alla tavola della finanziaria gli amici il caffè di Tremonti lo rifiutano e Giuliano lo invita prontamente a non dissimulare: "suvvia lo sanno anche i sassi che lei è un uomo del Nord!". E difatti poco prima Giuliano aveva fatto notare con tatto ed eleganza a Tremonti e a sua sorella il disinvolto utilizzo di idiomi padani da parte dell'ex ministro degli sghei.

Dopo aver speso ore di trasmissione in apologie della politica economica tremontiana, dopo essere rimasto l’unico in Italia a dire che l’aumento dei prezzi era “una fuffa” messa in giro dai comunisti (tristemente smentito 24 ore dopo da Tremonti stesso…), dopo tutto questo, Giuliano non può mandare giù la scelta di Silvio: il ragioniere di Sondrio numero 2 di Forza Italia e futuro candidato/prestanome Presidente del Consiglio. Giuliano non rimanda ai posteri l’ardua sentenza, la emette senza indugio: El var gna cinch ghei!

Grazie di esistere ottimo e abbondante Giuliano. >

Postato da: Kohlhaas a 19:49 | link | commenti (2)
calendario giuliano ferrara